Quello che c’è da sapere sulle Smart Cities in un libro-guida che esamina Genova, Milano, Torino

Screenshot 2015-09-05 17.55.25Il libro Smart City: tecnologia e creatività a supporto dell’innovazione (ed. Fondazione Ansaldo 2014, a cura di Alberto Colorni, Federico Lia, Donatella Sciuto) lo si dichiara in apertura, è una “guida alla navigazione” in un tema che è certamente tra quelli attualmente più battuti nel discorso pubblico italiano. Almeno se si sta a quel che accade nei convegni e che trova spazio nelle pubblicazioni. Molto meno, potrebbe dirsi, se si guarda alla concreta iniziativa amministrativa. Pochi, infatti, i casi di smart cities italiane. Assenti le nostre realtà urbane dalle classifiche che, sul punto, sono oramai diffuse. Ma tant’è. Come sa bene chi si è avvicinato anche poco al tema, invariati nelle iniziative di tutto il mondo sono elementi quali un partenariato effettivo tra politica e settore privato attorno a obiettivi strategici chiari e di lungo periodo e, subito dopo, la capacità dell’amministrazione di organizzarsi per obiettivi e agire in maniera coordinata per dare concreta esecuzione ai progetti. Elementi bene individuati, insomma: visione strategica della politica; dialogo pubblico-privato efficiente; capacità dell’amministrazione di organizzarsi per obiettivi; azione di coordinamento in fase di esecuzione. Elementi che, però, così elencati divengono una sorta di summa di alcuni dei tabù più duri a superarsi del sistema pubblico italiano: poco abituato, per usare un eufemismo, a collaborare, a sperimentare, a organizzarsi in maniera efficiente, a dialogare con il privato. E basta questo a spiegare come al grande parlare di smart cities non seguano se non flebili ed episodiche realizzazioni. E questo anche quando sul tema si puntò con un certo dispiegamento di forze: finanziarie e umane, come all’epoca del governo Monti.

Ma torniamo al volume. Si tratta della seconda pubblicazione della Fondazione Ansaldo e il suo obiettivo è quello di analizzare le diverse esperienze sul tema e tirarne fuori delle indicazioni possibilmente utili: al policy-maker così come all’osservatore interessato. È un obiettivo che i tre autori perseguono guardando al mondo e, per quel che concerne l’Italia, al triangolo Genova-Milano-Torino. Il filo rosso attorno al quale si snoda il volume è ben preciso. Esso muove dall’analisi delle parole city e smart, passa a una rassegna di quello che si fa in molte delle grandi capitali e dà conto delle nostre esperienze nazionali (con specifica attenzione alle tre città di cui si è detto). Viene affrontata, poi, la questione dei criteri utilizzati per considerare le città più o meno smart e, infine, si giunge anche una serie di raccomandazioni.

Già i dati in apertura sono di grande interesse: parlano di un fenomeno urbano in esplosione – 3.3. miliardi di persone che vivono sul 2% del territorio del Pianeta, consumano due terzi dell’energia mondiale e il 70% del combustibile fossile – e in cui si registra la penetrazione di un fenomeno migratorio oramai fuori controllo e le maggiori diseguaglianze. Sono le città, dunque, il luogo in cui va ripensato l’essere cittadini: qui vanno rifondati i servizi pubblici, qui la sostenibilità deve divenire elemento “normale” nella vita delle persone; qui va ritrovato un senso di comunità spesso smarrito. Se si perde la sfida della dimensione urbana, insomma, non c’è da essere ottimisti.

E, per certi versi, la smart-city nasce per tentare una risposta a questi problemi e a queste esigenze. È, se si può dire, la tendenza urbanistica del momento. In buona sostanza così come Mumford aveva ipotizzato una crescita metropolitana ispirata all’equilibrio tra campagna e città, come la scuola di Chicago degli anni Venti aveva delineato la città come ecosistema vivente, gli urbanisti di oggi guardano alla tecnologia come elemento per costruire città vivibili: sotto tutti i punti di vista. Saranno, poi, le specificità di ogni contesto a far emergere modelli differenziati che vanno da quello della learning machine, a quello della e-participatory city, sino a quello della Green city. Ma sempre, se si può dire, all’interno della famiglia Smart. Dopo questa prima parte si esaminano una serie di concrete esperienze urbane: quelle di Amsterdam, Barcellona, Vienna, Seattle, Helsinki, Gent, Singapore. Le schede dedicate ad ognuna di queste realtà fanno emergere le scelte che sono state condotte dalla politica, il tipo di coalizione che è stato attivato tra attori dell’economia e della società, gli obiettivi strategici che ognuna di loro si è posta, la visione di loro stesse che si è andata delineando Altrettanto utile la sintesi delle attività condotte dall’Unione Europea che al tema ha dedicato e sta dedicando grande attenzione con comunicazioni, iniziative concrete, finanziamenti, costruzione di reti tra città.

Il capitolo successivo è dedicato a Milano (che già oggi si configura come la città italiana più smart), Torino e Genova. Ognuna di queste realtà è esaminata sia dal punto di vista dell’azione più propriamente “pubblica”, sia individuando una serie di esperienze di innovazione sociale promosse da soggetti privati che le rendono più o meno smart. Ma su quali basi si arriva a questa valutazione? A questo profilo è dedicato il capitolo successivo, mentre le raccomandazioni finali parlano di valori e identità; di città come organismo complesso da conoscere e valorizzare; di una governance che assicuri partecipazione, e decisione, sperimentazione e collaborazione; di nuovi strumenti di finanziamento che riflettano sia il ruolo di co-protagonista del privato, sia la più generale crisi della finanza pubblica. Un lavoro utile. Rimane, a parere di chi scrive, la questione centrale della fragilità del tessuto amministrativo, specialmente a livello locale, specialmente in alcune realtà del Paese. Per diventare Smart – come dicono le esperienze ricordate – bisogna avere una chiara idea di che città si vuole costruire, sapere chi sono i soggetti che questa domanda possono soddisfare, avere una forte capacità negoziale per ‘comprare’ i servizi veramente utili e al proprio disegno. C’è, insomma, una domanda pubblica qualificata da costruire. E, forse, un libro come questo è utile per far capire che è questa la strada che l’amministrazione deve perseguire se vuole dare un effettivo contributo, oltre che al miglioramento della vita dei cittadini, anche alla competitività del sistema Paese.